It En

“E” come Elisabetta

dal catalogo ELISABETTA GUT_ALPHABETS a cura di Paolo Cortese e Rosanna Ruscio edito da Gramma_Epsilon in occasione della retrospettiva tenutasi ad Atene dal 13 marzo al 13 giugno 2025

“Chiedo ad Elisabetta di spiegarmi le opere che abbiamo scelto insieme, per un progetto da presentare in un’importante fiera internazionale (1).
Siamo vicini alla portafinestra che dal suo salotto porta al giardino e che insolitamente è aperta. Lei mi indica la grande magnolia che giganteggia davanti a noi e con la sua voce roca mi dice: “Un giorno ho raccolto una foglia da terra, l’ho presa in mano, l’ho guardata… ed era un libro!” Contemporaneamente fa la mossa di schiudere le mani giunte come se aprisse un libro, poi aggiunge “È come in quella canzone… – e accenna il motivo della famosa canzone di Sergio Endrigo – Ci vuole un fiore, per fare un libro, ci vuole l’albero!” (2).

Per Elisabetta tutto risponde a regole ben precise che però non sono facilmente accessibili e visibili. Seguendo il filo nascosto dei suoi pensieri continua “I lavori non vanno spiegati, vanno capiti”. Io, che la conosco, non chiedo nulla e aspetto. Si gira e si guarda intorno. Seguo il suo sguardo, le pareti del salone sono tappezzate di lavori che appartengono a epoche differenti. Il colore prevalente è decisamente il bianco, molti sono assemblage geometrici di stampo costruttivista e hanno sottili inserti neri o color alluminio. In alto, sopra un grande mobile libreria, ci sono dei prismi in perspex ingialliti dal tempo e dal fumo. Sulla scrivania e sul tavolo da disegno sono disposti in maniera ordinata i lavori di poesia visiva, alcuni dei quali attendono pazienti da anni di essere terminati. Su basi bianche di differenti dimensioni, protetti da teche di perspex, ci sono i libri oggetto che rappresentano forse i lavori per i quali, oggi, è maggiormente conosciuta.

“La gente non capisce niente – esordisce riferendosi ai galleristi – è come per i musicisti: prima impari le note, studi il solfeggio, fai le scale, poi inizi con le piccole sonatine, la musica da camera, le sinfonie e poi suoni il jazz!” Si gira verso di me “La poesia visiva è il jazz! Se io non avessi fatto tutto questo prima, non avrei mai potuto fare lavori come quelli!” dice indicandomi con lo sguardo gli Strumenti musicali (3). Mi avvicino per guardarli meglio. Sono dei collage su fogli Fabriano A4, incollati su una basetta di legno e chiusi in una teca di plexi. Al loro interno su sottili supporti di cartone sono fissati frammenti di scritture musicali, semi essiccati e piume, mentre fili di cotone nero, come corde di strumenti musicali, sono tesi attraverso minuscoli forellini.

Non avevo mai messo in relazione quei piccoli capolavori di poesia visiva con le serie delle Fughe, dei Contrappunti o degli Aquiloni realizzate anch’esse negli anni ‘70 (4).

A pensarci bene, in tanti anni non sono mai riuscito a vedere, se non di sfuggita, i suoi lavori precedenti, quegli degli anni ‘50 e ’60 che dopo la grossa mostra curata da Mirella Bentivoglio a Macerata nel 1981 (5), Elisabetta non ha mai più voluto esporre, come se rappresentassero un’ipoteca sulla sua adesione alle neo avanguardie logo-iconiche.

Quando a pochi mesi dalla sua scomparsa (6) sua figlia Bettina mi ha chiesto di aiutarla ad organizzare il suo archivio, ho finalmente avuto accesso all’intero corpus delle sue opere e tutto quello che avevo sentito raccontare da lei, ha preso forma come un puzzle che nella sua interezza, ma anche nelle sue più piccole tessere aggiungerei, racchiude l’essenza dell’arte e della persona di quest’artista straordinaria: Elisabetta Gut.

Sfogliando gli album dei primi anni ’50, quando ancora frequentava l’istituto d’arte, e aprendo le cartelle piene di studi, progetti ed esercitazioni, non si può fare a meno di notare la padronanza del segno e dell’uso del colore. Il segno è fermo, deciso e incisivo, anche quando vuole essere intenzionalmente leggero. Gli accostamenti cromatici sono coraggiosi, forti e contemporanei. Niente lascia prevedere che nel giro di dieci anni la sua produzione virerà verso una rinuncia quasi totale del colore.

Al contrario l’interesse rivolto alla dimensione spaziale, anch’essa presente già nei lavori di quei primi anni, rimarrà una costante nella ricerca dell’artista (7), riscontrabile in tutte le molteplici fasi del suo lungo percorso.

Sin dalla prima personale, tenuta alla galleria Cairola di Milano nel 1956 e presentata da Felice Casorati, Elisabetta riscuote un grosso successo di critica e di mercato vendendo la maggior parte dei lavori esposti. In questa prima fase, dove si fa firma Elisa (8), potremmo dire che l’artista sperimenta ancora i mezzi che ha a disposizione e ne affina la padronanza, per questo la sua attenzione è come se fosse rivolta all’esterno. Ma dai primi anni ’60 rapidamente tutta l’energia è convogliata verso quella ricerca del se’ che la accompagnerà sempre e che caratterizzerà costantemente il suo lavoro.

In questo senso va intesa la selezione delle opere qui presentate che datano dai primi anni ’60 fino a tempi recentissimi. L’intenzione è quella di sottolineare il fil rouge che le lega, quella irresistibile spinta dell’ego ad emergere per trovare, attraverso le opere, una imperitura celebrazione. Naturalmente questo percorso, nel tempo, attraversa fasi distinte, ma non è un caso che la prima opera di questa mostra Alla ricerca del tempo perduto (Proust) del 1961 e l’ultima, Ego del 2018, anche nei loro titoli siano esemplificative dei termini attraverso i quali si snoda questa lunga parabola creativa.

P.C.

Note:

1. Conversazione avvenuta a Roma a casa dell’artista, nel mese di settembre 2019. Il progetto a cui si fa riferimento è Three Aprochaes to Poetry: M.Bentivgolio, A.Etlinger, E.Gut, Artissima Oval Lingotto, Torino, Novembre 2019.
2. Ci vuole un fiore canzone di Sergio Endrigo, testo di G.Rodari, 1974.
3 L’artista ha realizzato diverse serie di Strumenti musicali esposte nelle seguenti mostre personali: Semi e segni, Galleria Cortese & Lisanti, Roma, 2009; Books Without Words: The Visual Poetry of Elisabetta Gut, National Museum of Women in the Arts, Washington, USA, 2010; Cutting through: the art of Elisabetta Gut, Maitland Regional Art Gallery (MRAG), Maitland, Australia, 2012.
4. Si tratta di tre serie di assemblage realizzati tra il 1972 e il 1978 ed esposti nelle seguenti occasioni: Gut, Palazzo Arengario, Monza, 7-18 dicembre 1973; X Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma. Artisti stranieri operanti in Italia, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 9 giugno – 10 luglio 1977; Elisabetta Gut 1956-1981: un filo ininterrotto, a cura di M.Bentivoglio, Pinacoteca e Musei Comunali, Macerata, 1981.
5. Elisabetta Gut 1956-1981: un filo ininterrotto, Ibidem.
6. Elisabetta Gut si spegne a Roma il 16 maggio 2024.
7. Cfr. N.Ponente, 1970; M.Torrente, 1973; G.Montana, 1976; M.Bentivoglio, 1981, 2009.
8. L’artista inizialmente quando firma per esteso utilizza il suo nome di battesimo, Elisa.

The Different Revolution

Martedi 12 Novembre Gramma_Epsilon Gallery ad Atene inaugura la mostra collettiva “The Different Revolution” curata da Paolo Cortese.

Questa rassegna, un cui preview è stato presentato durante Artissima 2024, vuole documentare la ricerca che hanno portato avanti 20 artiste, per lo più italiane, dagli anni 70 del secolo scorso.

Cinquant’anni di battaglie, di lotte e discussioni per far uscire la donna dai margini di una società che non la voleva mai davvero al centro della storia. Una protesta portata avanti nei modi più diversi: la politica, il teatro, i cortei studenteschi ma anche la sfida unica del talento che si batte usando l’arte per farsi ascoltare: sono queste le interpreti che hanno saputo scrivere quel pezzo di storia in modo davvero imprevedibile. 

Donne che in un clima di costante contestazione anni Settanta, rivendicano con forza un ruolo che non può più essere negato: nascono così i collettivi femminili che mettono in comune le esperienze per sostenersi a vicenda. Molte artiste scendono in piazza e prendono parte in prima linea alle manifestazioni, altre portano avanti la loro rivoluzione in maniera differente, all’apparenza meno vistosa ma dotata di una potenza difficile da misurare.

La scelta di utilizzare in assoluta libertà quello che era a loro più vicino e congeniale come strumento per fare arte se da un lato mise queste coraggiose pioniere fuori dal mercato, dall’altro permise loro di sperimentare in totale autonomia un nuovo universo di materiali, indagandone le proprietà e a volte spingendosi fino ai limiti estremi. 

Negli anni ‘70 e ‘80 è soprattutto Mirella Bentivoglio a sostenere la lotta per l’emancipazione femminile curando rassegne riservate a donne artiste. Gramma_ Epsilon Gallery porta avanti quell’impegno proponendo al pubblico queste artiste straordinarie che hanno dedicato il lavoro di una vita a quella sfida.

La loro rivoluzione è stata potente, intellettuale e, a volte, silenziosa. Hanno usato l’arte come strumento per manifestare in concreto, materializzare, la loro visione interiore, i loro sogni.

Queste artiste sono state un potente cavallo di Troia per abbattere ogni tipo di barriera e permettere a tutte le donne di concretizzare i loro sogni e vivere la loro quotidianità senza dover rinunciare al ruolo che la società dell’epoca imponeva loro.

Artiste: Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Sara Campesan, Francesca Cataldi, Chiara Diamantini, Lia Drei, Anna Esposito, Elisabetta Gut, Maria Lai, Rosanna Lancia, Gisella Meo, Clemen Parrocchetti, Giustina Prestento, Renata Prunas, Lilli Romanelli, Anna Maria Sacconi, Alba Savoi, Greta Schödl, Franca Sonnino, Anna Torelli.

BOOKS AS ART

I LIBRI, LE ARTSTE

Giovedì 5 dicembre alle ore 18.00 si inaugura la mostra Books As Art. I libri, le artiste, terzo capitolo del progetto pluriennale promosso dal MUACC, Museo delle arti e delle culture contemporanee dell’Università degli Studi di Cagliari, in collaborazione con la Galleria Gramma_Epsilon di Atene. Un progetto che, nella sua articolazione complessiva, contribuisce a “restituire” alla storia culturale del XX e del XXI secolo le ricerche artistiche delle donne, per secoli tenute ai margini del sistema culturale, in un orizzonte di istanze divenute ineludibili nel panorama internazionale degli studi e per l’attuale dibattito storico-critico.

Dopo le due monografiche dedicate a Franca Sonnino e Francesca Cataldi, Books As Art. I libri, Le artiste si configura come una grande mostra collettiva nella quale vengono presentate settanta opere, di oltre cinquanta artiste, tutte in forma di libro.

Il libro riveste, infatti, un’importanza centrale nella ricerca artistica delle donne, a partire almeno dalla seminale esposizione Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio e tenutasi nell’ambito della 38a Biennale di Venezia del 1978. Nella terminologia istituita da Bentivoglio a partire da quella mostra e attraverso le successive, numerose, iniziative curate nel corso degli anni Ottanta e Novanta, la forma e il significato del libro uniscono due universi, centrali, peraltro, nello sviluppo di tutto il suo pensiero estetico: quello del Logos, il linguaggio, e quello di Mater, la materia. Due contrapposte ma complementari dimensioni, che si fondono in singolari, comunicative e, talvolta, silenziose testimonianze poetiche. Laddove Mater racchiude, inoltre, etimologicamente, la necessità di asserire un’idea antiretorica della maternità e della femminilità.

Raccogliendo quell’eredità, Books As Art. I libri, le artiste indaga il libro o, meglio, i libri – delle artiste – nella loro dimensione concettuale e materica, e in tutte le molteplici, possibili declinazioni. Libri editi in esemplari limitati, sperimentali, che prevedono nella bidimensionalità della pagina l’ibridazione con il design e con la fotografia; libri-oggetto, tridimensionali e polimaterici; libri che recano con sé l’incontro armonico di segni e culture differenti; libri costruiti con i fili, che sono i fili di un discorso coerente eppure sempre diverso, in continua evoluzione. Libri che si fanno strumento di connessione e contaminazione tra codice verbale e codice visivo. Libri come pratica della differenza, captanti, che legano con immediatezza il mondo del pensiero, della parola e dell’immagine alla sfera dell’esistenza.

Si snoda, lungo il percorso espositivo, un ricco palinsesto di piccoli-grandi capolavori, che muove dalla fine degli anni Sessanta e i primissimi anni Settanta – al 1971 data In Principio Erat, di Ketty La Rocca, le cui immagini sono linguaggio fotografico e performativo insieme – per giungere alla più stretta contemporaneità. Molte delle opere sono fondative di un alfabeto teso a spezzare i lacci e le insidie del patriarcato, come Tempo presente, di Tomaso Binga, del 1977. Alcune furono in mostra a Venezia, nel 1978: è il caso di Leviatan, libro-scultura di Gisella Meo, e Iperipotenusa di Lia Drei. Del 1978 è il Libro scalpo di Maria Lai, elaborato a partire dal Volume-oggetto, anch’esso esposto in “Materializzazione del Linguaggio”. Del 1991 è Imago Imago, straordinario libro di Lucia Marcucci, pioniera della Poesia Visiva, rappresentata anche dal quasi coevo Afasia (1992). Altre opere, più recenti, testimoniano la vitalità delle ricerche delle autrici storiche lungo il corso del tempo, come nel caso di Francesca Cataldi e Franca Sonnino, che tornano entrambe al MUACC, Sonnino con Il Libro della Guerra, datato 2024, emblematicamente riferito al drammatico scenario internazionale dei nostri giorni. Le autrici storiche sono messe a confronto con le artiste delle più recenti generazioni e di differenti nazionalità – tra loro Astra Papachristodoulou, Maria Jole Serreli, Giulia Spernazza – esponenti dell’area concettuale, verbo-visiva e della fiber art, che continuano a esplorare, da differenti punti di vista e coerentemente con le proprie scelte di poetica, le infinite potenzialità del libro come forma di relazione, come presa di posizione e rivendicazione. Una rivendicazione di libertà, prima di tutto.

Books as Art dopo una prima tappa alla galleria Gramma_Epsilon di Atene nel 2023 e viene ora presentata in un’edizione ampliata e rinnovata, appositamente studiata per il museo universitario di Cagliari. Per i due momenti espositivi Maria Jole Serreli ha elaborato due inedite azioni performative: la performance dedicata all’edizione cagliaritana ha accompagnato la presentazione in anteprima della mostra nell’ambito del Festival Pazza Idea.

Tutte le esperienze di Books as Art saranno raccolte un unico catalogo, pubblicato in Italiano e Inglese.

Artiste:

Marilla Battilana, Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Irma Blank, Anna Boschi, Francesca Cataldi, Betty Danon, Chiara Diamantini, Neide Dias de Sá, Lia Drei, Anna Esposito, Fernanda Fedi, Ileana Florescu, Coco Gordon, Elisabetta Gut, Marianna Karava, Susanne Kessler, Maria Lai, Rosanna Lancia, Liliana Landi, Ketty La Rocca, Carolina Lombardi, Virginia Lorenzetti, Sara Lovari, Lucia Marcucci, Gisella Meo, Patrizia Molinari, Aurèlia Muñoz, Elly Nagaoka, Riri Negri, Francesca Nicchi, Giulia Niccolai, Antonietta Orsatti, Luana Perilli, Astra Papachrisodoulou, Renata Prunas, Betty Radin, Franca Rovigatti, Anna Maria Sacconi, Giovanna Sandri, Alba Savoi, Marilena Scavizzi, Evelina Schatz, Greta Schödl, Maria Jole Serreli, Franca Sonnino, Giulia Spernazza, Chima Sunada, Dora Tass, Salette Tavares, Anna Torelli, Anna Uncini.

INFO

MUACC Museo universitario delle arti e delle culture contemporanee

Via Santa Croce 63, Cagliari

+39 070 675 5330

muacc.info@unica.it

Ig: @museomuacc

Fb: Museo MUACC

Orari di apertura: Mercoledì – Giovedì – Venerdì h. 10.00-18.00

A proposito di E

Le strutture simboliche della Bentivoglio nascono strettamente dalla pratica di simbolizzazione del linguaggio e dalle sue implicanze di correlazioni semiologiche.
“A livello grafico” precisa Mirella, “le E sono nate nel ’73. E = congiunzione è un testo di quell’anno con una struttura labirintica formata da “E” congiunte. Dal ’77 ho cominciato a usare le E in tre dimensioni; e dal ’78 in grande misura con proposte di inserimento nel contesto urbano. (…) La E è il rapporto, la pluralità. “O” è “Oppure”. “E” è “Anche”. L’uovo è l’alternativa femminista, le E sono il risultato di un rapporto aperto e paritetico, tra tutto ciò che è complementare”. La “E” è la prosecuzione “liberata” della H, che nel mio mondo di segni rappresentava la chiusura, la biforcazione e il dividendo, il logos come sistema auto funzionante. In HO (Io ho) le H erano tante, e formavano una gabbia; la O era sola. Le E sono tante, come erano le H, ma non formano gabbie”.

ELISABETTA GUT

(Roma 1934-2024)

Il mio rapporto con Elisabetta Gut si consolida in occasione della sua personale Semi e Segni alla galleria Cortese & Lisanti, curata da Mirella Bentivoglio nel 2009. L’anno successivo è invitata sempre da Mirella Bentivoglio a partecipare con due opere alla mostra Venti libristi, importante rassegna dedicata al libro-oggetto.

Libro foglia, 1990
La natura è incorreggibile, 1990

Presente nelle principali mostre collettive da me curate negli ultimi anni a Gramma_Epsilon di Atene, dopo la sua morte mi sto occupando del suo archivio.

Dal 13 marzo al 13 giugno 2025 si è tenuta ad Atene presso la galleria Gramma_Epsilon una ampia retrospettiva sul suo lavoro, curata da Rosanna Ruscio e me. Il catalogo edito da Gramma_Epsilon rappresenta la più completa monografia sull’artista ed é scaricabile gratuitamente dal sito di Gramma_Epsilon nella sezione pubblicazioni.

Personale di Elisabetta Gut, Galleria “Il Carpine”, Roma, 1967

“In giovinezza ha percorso tutti i gradini di una preparazione artistica vera e propria, con precisione professionale, per poi legarsi con fortuna ai gruppi dei nuovi poeti sperimentatori. E ha fatto questa scelta pur avendo tutte le strade aperte nel mondo delle arti strettamente visive; stimata da artisti come Lucio Fontana e da critici rigorosi come Nello Ponente, ha preso la sua decisione in totale fedeltà a sé stessa. Nella mescolanza dei codici, ossia nell’uso congiunto di segno scrittorio e immagine, ha ritrovato, dell’infanzia, la libertà da ogni schema, la freschezza immediata delle prime intuizioni culturali dell’uomo e della storia pervase di natura.”

Mirella Bentivoglio in Semi e segni, 2009

Donna che salta la sedia, 1982
Arabesque, 1986

Elisabetta Gut (Roma 1934-2024) trascorre l’infanzia a Zurigo. Tornata a Roma dopo la guerra, frequenta l’Istituto d’Arte e, dopo una prima esperienza pittorica di impronta post-cubista e poi informale, si avvicina alle neoavanguardie verbovisive che si andavano formando in ambienti letterari. Così inizia a sperimentare il rapporto tra immagine e scrittura, elaborando collages e assemblages nei quali inserisce frammenti scritturali ed elementi vegetali.

Note sfumate, 1983

“Negazione e affermazione per quest’artista si identificano. Fu la prima ad usare il filo come segno di cancellazione e di scrittura musicale, pentagramma e insieme corda per vibrazioni inudibili. Ed è proprio la sua scontrosità a garantire la sua intensità. Il difficile, in operazioni che, come questa, riprendono un’iconografia largamente connotata come poetica, è la capacità di sottrarla ad ogni poeticismo predisposto, per riacquisire, grazie al magistero della fantasia, una freschezza nativa dentro le strutture stesse della cultura.”

Mirella Bentivoglio in Plume de Poète, 1989

FRANCA SONNINO

Ho conosciuto Franca Sonnino nel 2007 grazie a Mirella Bentivoglio, in occasione della mostra Pagine Immagine. Nel 2010 l’ho invitata a esporre due opere nella mostra Venti libristi, curata dalla stessa Bentivoglio per la galleria Cortese & Lisanti. Negli anni la nostra collaborazione si è intensificata e nel 2021, quando ho aperto con Francesco Petillo ad Atene la galleria Gramma_Epsilon, Franca è diventata una delle artiste di punta della galleria. Nel 2022 ho curato con Simona Campus una sua grande antologica, Franca Sonnino_Il filo il segno, lo spazio dislocata in due sedi: Il MUACC di Cagliari e Gramma Epsilon Gallery di Atene.
Nel 2023 Franca tiene una personale nella galleria Jochum Rodgers di Berlino ed è presente nella mostra Le dee perdute e ritrovate curata da me e Rosanna Ruscio per la Biennale di Mdina (Malta) e in numerose altre rassegne al MUAM di Gubbio, Gramma_Epsilon e Mouzakis Butterfly Factory di Atene. Nel 2024 suoi lavori sono in mostra ad Artissima nel progetto The different revolution.

Da sinistra: Luigi Scialanga, Franca Sonnino, Mirella Bentivoglio, Maria Lai, 1980

Franca Sonnino_Il filo, il segno, lo spazio, MUACC, Cagliari, 2022

Franca Sonnino nasce a Roma nel 1932. Dopo essersi laureata in lettere inizia, nei primi anni ’70, il suo percorso artistico dedicandosi alla pittura sotto la guida di Maria Lai. Di lei Franca ricorderà:

“Mi rivolsi a Maria per prendere lezioni di disegno. Inizialmente
si dimenticava sempre di quella promessa, la dovevo inseguire… Poi abbiamo iniziato piano piano. Però non mi piaceva tanto disegnare. Lei mi disse che non era fondamentale saper disegnare. Smisi e cominciai a lavorare con le mani, con il filo che usavo molto per fare la maglia. Ho capito che, partendo
da quella materia che mi era già familiare, potevo fare tante altre cose.”

Il filo, già presente come soggetto dei suoi quadri, diventerà presto il suo medium privilegiato sostituendo definitivamente, dalla fine degli anni ‘70, il pennello. A tal proposito Mirella Bentivoglio scrive:

“Franca Sonnino è un’artista che sente lo spazio e, pur usando un medium minuto come il filo, “ fa largo”. Questa artista riscatta la domesticità del filo nell’ampiezza del contesto in cui lo inserisce; ha fatto mattoni di filo, e muri di questi mattoni, quasi a sfida di un’assenza millenaria della donna – la tessitrice – dalla costruzione della casa, che fu la sua prigione e il suo regno.”

Muro appeso al chiodo, 1982
Place Vendôme, 1987

Il lavoro di Franca Sonnino non segue rigorose regole matematiche ma è dettato piuttosto da una spinta poetica interiore, legata a un impulso emotivo irrazionale ma al tempo stesso sensoriale. La storica dell’arte Franca Zoccoli sintetizza così:

“Le opere della Sonnino giungono a compimento per lenta progressione, con una crescita organica, segmento dopo segmento, maglia annodata dopo maglia. Come i prodotti di natura, ricusano gli astratti rigori euclidei, non sono mai regolari o perfettamente simmetriche.”

Trama rossa, 1976
Campi coltivati 2, 1988

MIRELLA BENTIVOGLIO

Ho conosciuto Mirella Bentivoglio nel 2007, mentre organizzavo una mostra su Shu Takahashi. Mi chiamò perché possedeva un’opera dell’artista giapponese e voleva venderla, così andai a trovarla. La cosa che mi colpì maggiormente fu la sua estrema vitalità. Mi mostrò velocemente l’opera di Takahashi e poi si mise a parlare del suo lavoro. Iniziò così un’amicizia che ha molto influenzato il mio modo di vedere l’arte e non solo.

Inaugurazione della mostra I silenzi di Anna Torelli, 2008

Mirella Bentivoglio nasce a Klagenfurt nel 1922 da genitori italiani. Autrice fin dalla prima giovinezza di libri di poesie in italiano e in inglese, in seguito sente il richiamo dell’uso congiunto di linguaggio verbale e immagine, legandosi alle neoavanguardie verbovisive internazionali della seconda metà del Novecento. La sua ricerca si incentra sul rapporto, giocoso o inquietante, tra linguaggio e immagine che elabora in forma di poesia oggettuale, installazioni e performance, dove ricorrono simboli quali l’uovo, il libro, l’albero.

Il libro-oggetto è uno dei temi centrali della sua produzione artistica e critica. La sua ampia cultura e profondità di visione le consentono di indirizzare gli sviluppi delle sperimentazioni sul tema, intervenendo anche a supporto del lavoro di altri artisti. Mirella Bentivoglio, infatti, diviene presto il punto di riferimento di una nutrita schiera d’artisti, ma soprattutto artiste, operanti in Italia e all’estero a partire dagli anni Sessanta.

Nel 1978 cura per la Biennale di Venezia la mostra Materializzazione del linguaggio, dove espone lavori di 80 artiste, italiane e straniere, la cui ricerca si concentra sul rapporto tra linguaggio e immagine. A distanza di decenni questa rassegna resta un unicum che ci regala una visione d’insieme sullo stato dell’Arte al Femminile degli anni Settanta, sicuramente ai margini dell’establishment e del mercato, ma proprio per questo capace di esprimere totale libertà e sperimentazione autentica.

Autoritratto in auto (e fuori), 2004

Come spiega la Bentivoglio nel catalogo della mostra, “la poesia della donna tende spesso alla specularità, circolarità, complementarietà, primarizzazione sottile o violenta. E se è vero che nel suo risultato finale l’espressione poetica, di uomo o di donna che sia, è sempre totale, ermafrodita, è anche vero che il raggruppamento di molte opere provenienti da tempi e da luoghi disparati evidenzia certe costanti di scelte e di procedimenti.”

Mirella Bentivoglio_L’altra faccia della luna, Istituto Italiano di Cultura, Atene, 2022

Da forte a pianissimo, 1980
Catalogo mostra Materializzazione del linguaggio, Magazzini del Sale alle Zattere, Venezia, 1978
Fou/lard (Il foulard folle), 1971
Strutture simboliche – E, mutilazione per accentuazione, 1978

Quando Mirella arriva alla galleria Cortese & Lisanti, portando questo enorme bagaglio di esperienze, nasce una collaborazione proficua che imprime una direzione nuova e inaspettata al mio lavoro. Tra il 2007 e il 2011 Mirella Bentivoglio ha partecipato a numerose mostre della galleria, sia come curatrice che come artista, portando nomi di rilievo come Franca Sonnino, Elisabetta Gut, Tomaso Binga, Bruno Conte, Emilio Villa, Gisella Meo, Anna Torelli, Chima Sunada, Anna Esposito, Giustina Prestento e Chiara Diamantini.

Dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 2017, ho rinnovato il mio impegno nella promozione della sua opera curando con Davide Mariani, nel 2021 Mirella Bentivoglio_L’altra faccia della luna, una grande retrospettiva alla Stazione dell’Arte di Ulassai (NU) e l’anno successivo, nel centenario della sua nascita, ad Atene presso L’Istituto Italiano di Cultura e la galleria Gramma_Epsilon.
Nel 2022 sempre con Gramma_Epsilon Gallery abbiamo portato ad Artissima a Torino, nell’ambito della sezione Back to the Future, un progetto monografico su di lei.

Pannello per finestra di città. Addio (agli alberi), 1971