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Franca Sonnino Le mani pensanti



Il filo è una costante nel lungo percorso artistico di Franca Sonnino.

All’inizio è tracciato dal pennello che lo descrive e lo evoca sulla tela, poi entra di prepotenza nell’opera divenendo il medium privilegiato dell’artista fino a sostituire definitivamente il pennello alla fine degli anni ‘70.

Romana, laureata in Lettere alla Sapienza, Sonnino studia disegno con Maria Lai, che abita nel suo stesso edificio. Entra nel mondo dell’arte nei primissimi anni ’70, in un momento in cui la capitale attraversa un periodo di grande vivacità intellettuale. Con Lai divide lo studio e instaura un rapporto di sorellanza che dura tutta la vita, ma benché i materiali utilizzati dalle due artiste possano apparire simili, il lavoro che portano avanti si muove lungo direttrici molto differenti sia dal punto di vista tecnico e progettuale ma anche da quello motivazionale che mentre nella Lai è soprattutto legato alla collettività, nella Sonnino invece si estrinseca in un ambito concettualmente astratto.

Nei primi anni ’70 Sonnino realizza grandi tele ad acrilici e tempera, fitti reticoli, moltitudini di linee dipinte il cui impulso profondo nasce da intimi teoremi poetici piuttosto che da modelli euclidei. Di lì a poco inizia a sperimentare l’utilizzo di materiali provenienti dall’universo domestico e afferenti alla sfera femminile come filo, lana, paillettes, merletto, tessuto.

Potremmo azzardare che una spinta interiore la porti a verso una dimensione a lei più vicina e congeniale, una dimensione profondamente connessa al suo sentirsi donna e madre, nella quale gli elementi della sua vita quotidiana e del suo fare arte possano coincidere.

Molto interessante anche l’utilizzo di oggetti trovati sulla spiaggia come nasse, reti e rami sui quali Sonnino interviene con il filo come a voler sovrapporre la sua azione a quella del mare che per primo ha cominciato il loro processo di trasformazione.

Osservando attentamente i lavori di quegli anni, la pluralità delle sperimentazioni portate avanti e le soluzioni tecniche adottate, è evidente che Sonnino è stata la maestra di generazioni di artisti nel campo della Fiberart e non solo.

La svolta decisiva avviene all’inizio degli anni ’80 quando l’artista, sentendo l’esigenza di dare al suo lavoro una sorta di tridimensionalità, inventa il “filo solido”, cioè un filo di cotone, o di lana, con un’anima metallica. Con questo riesce a delineare costruzioni fatte di vuoto, la sua ricerca infatti non si limita all’elemento tessile ma spazia in ambito concettuale e le sue opere sono sculture realizzate utilizzando al tempo stesso elementi fisici e immateriali.

Vengono alla luce importanti cicli di lavori come quello dei Paesaggi, campi coltivati, tetti e paesi, dei Mosaici, superfici modulari di grandi dimensioni e delle Trasparenze, telai sovrapposti in un gioco di suggestioni ritmiche. Si tratta di suggestivi pannelli appesi alle pareti che sfruttano il contributo fondamentale dell’ombra, altro elemento che si rifiuta al tatto come il vuoto, che è la sostanza dei mattoni e in generale dei moduli usati da Sonnino per le sue costruzioni. Attraverso un gioco di vuoti e pieni l’artista crea delle architetture che invadono lo spazio ed entrano in relazione con esso attraverso le ombre che i loro profili creano.

Ma i libri, singoli, in piccoli gruppi, in grandi installazioni o smembrati in pagine sparse, sono tra i soggetti preferiti dall’artista. Le loro pagine possono essere leggere, fitte, poetiche, misteriose, ma anche bruciate, scarnificate e drammatiche, in rari casi recano vaghi cenni di scrittura. Ancora una volta è il perimetro a suggerire le loro copertine e le loro pagine sfogliate, a dare corpo alle biblioteche aggettanti. E non è un caso che in un momento storico difficile come quello attuale, l’artista realizzi per questa esposizione, la grande istallazione “Libreria dell’arcobaleno” dove gruppi di libri di differenti colori condividono armoniosamente lo spazio, quasi ribadendo un messaggio di speranza.

Il titolo della mostra “Le mani pensanti” riprende un epiteto coniato da Marcello Venturoli nel lontano 1980, nella presentazione di una grande antologica tenuta dalla Sonnino al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, sede in quegli anni molto prestigiosa. Questa definizione, ancora oggi, sintetizza perfettamente il processo creativo dell’artista che durante l’arco di oltre 5 decadi è rimasto immutato. Seppure il lavoro parte da un’idea, e quindi ha un’origine mentale e concettuale, viene poi portato avanti dalle mani guidate unicamente dall’istinto. Spiega così l’artista “Quando inizio un lavoro non so bene in che direzione si svolgerà e soprattutto quando sarà finito. Non mi faccio domande, è un processo naturale che non è guidato dalla testa, ma piuttosto dalle mani”.

P.Cortese e F..Zoccoli